sabato 21 marzo 2009

230 mila posti di lavoro in meno nel 2009 rapporto Isae

Economia in recessione e produzione industriale in calo
Economia in recessione, produzione industriale in netto calo, diminuzione marcata della domanda interna e della domanda estera, peggioramento del debito pubblico, tasso di disoccupazione in salita e forte emorragia di posti di lavoro. Sono stime a tinte fosche quelle per il 2009 contenute nel rapporto “Le previsioni per l’economia italiana”, presentato in questi giorni dall’Isae, l’Istituto di studi e analisi economica.
Occupazione. La crisi si abbatte con forza sul mercato del lavoro in Italia. L’Isae prevede per l’anno in corso 230 mila posti di lavoro in meno rispetto all’anno precedente. Si stima che il tasso di disoccupazione salirà nel 2009 all'8,1% e nel 2010 all'8,5%, con impatti più significativi nel settore industriale e una contrazione dell’occupazione che riguarderà soprattutto i lavoratori precari.Secondo l’Istituto, per l’anno in corso, a fronte di un calo delle unità di lavoro equivalenti a tempo pieno del 2,2% nel totale dell’economia, il numero di persone occupate scenderà in misura più contenuta, pari a circa l’1%. Il graduale rafforzamento della congiuntura tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010 consentirà il ritorno dell’occupazione su un sentiero positivo: nella media del prossimo anno il numero di persone occupate crescerà dello 0,2%.
Andamento dell’economia. Il 2009 sarà un anno di recessione. In termini grezzi, la riduzione del Pil italiano è pari al 2,5%. Nel 2010 avrà inizio, al contrario, “un lento processo di ripresa – come si legge nel rapporto - il PIL aumenterà dello 0,4%, tre decimi in meno rispetto all’area euro”. Nell’anno in corso, la contrazione dell’economia sarà determinata tanto dal calo della domanda interna quanto da quello della domanda estera. Per il prossimo anno, toccherà soprattutto all’andamento della domanda finale interna fare da motore al lento recupero dell’economia. Tornando al presente, l’Isae evidenzia come la recessione si sia approfondita in Italia “nell’ultimo trimestre dello scorso anno, risentendo del significativo indebolimento di tutte le componenti della domanda aggregata. La dinamica produttiva è stata trainata al ribasso dalle esportazioni, penalizzate dalla caduta dell’economia tedesca e dalla frenata intervenuta nei paesi emergenti. Sulla scia del minore export anche gli investimenti si sono ulteriormente indeboliti”.Tinte fosche, in particolare, per l’attività industriale, con il clima di opinione delle imprese che “è sceso a inizio 2009 ai minimi storici”, con la produzione industriale che “dovrebbe contrarsi ulteriormente (del 3,8%) nei primi tre mesi del 2009; date le tendenze che emergono dalle inchieste congiunturali, è probabile che la flessione manifatturiera si estenda al secondo trimestre”.
Finanza pubblica. Il quadro congiunturale sfavorevole condiziona le previsioni di finanza pubblica. Data la sensibilità dei conti pubblici italiani al ciclo economico, nel biennio 2009-2010 si prospetta un peggioramento del disavanzo che dovrebbe raggiungere il 4% del Pil quest’anno per poi ridursi al 3,9% nel successivo. In termini di disavanzo corretto per il ciclo, si dovrebbe tuttavia registrare una diminuzione significativa. Nel biennio di previsione, il rapporto tra stock del debito pubblico e Pil sale di circa sei punti percentuali, passando dal 106% stimato per il 2008 al 110,3% nell’anno in corso e al 111,8% nel 2010.

venerdì 20 marzo 2009

Caccia al lavoro, il richiamo del territorio

Uno scorcio dal Job Meeting di Torino (Lapresse)TORINO — Ragazzi neolaureati o in dirittura d'arrivo. Qualcuno giusto un po' più grande che tenta il salto. Le file maggiori? Quelle davanti agli stand delle banche. Segno che i tempi cambiano, ma poi nemmeno tanto. Chi lo avrebbe mai detto con l'ondata di difficoltà che ha colpito l'intero settore nel mondo e la scomparsa dal radar del credito di un nome come Lehman Brothers? Eppure il caro vecchio posto in banca ha ancora un appeal per i giovani. «Nulla di strano – racconta Giulia – qui a Torino non c'è rimasto molto ma le banche sono presenti e danno la possibilità di lavorare vicini a casa». «Hanno tanti sportelli, negli ultimi anni sembrano anche essere cresciuti e dunque è possibile chiedere dei trasferimenti e avvicinarsi sempre di più» conferma Laura. Insomma, più che le banche è la territorialità a rimanere nel cuore dei ragazzi.
Giovani in coda allo stand Ferrero (Lapresse)Non a caso l'altro stand preso d'assalto qui al JobMeeting organizzato da TrovoLavoro-Corriere della Sera è quello della Ferrero. «D'altra parte la crisi di cui leggiamo è mondiale no? — argomenta Luca – e dunque non è che partendo o progettando di lavorare in un altro Paese ci sarebbero più possibilità. Io vengo da fuori Torino e sarei disposto a muovermi per lavorare in città, ma non mi allontanerei più di tanto dal mio mondo». Certo, è solo una fotografia parziale di quello che sta avvenendo in Piemonte, regione da oltre un secolo al centro della catena produttiva dell' automobile in Italia (non solo Fiat ma tutto l'indotto). E che proprio per questo dal settembre 2008 al febbraio 2009 ha già perso 100 mila posti di lavoro, nonostante i tentativi della giunta Bresso di metterci una toppa e gli incentivi varati dal governo per chi cambia l'auto.
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Qui al Job Meeting non sono molti, ma qualche «over» per la verità si incontra. Anche se dicono di essere venuti per lasciare i curricula dei figli. E, in ogni caso, l'appuntamento è con università che propongono corsi di specializzazione o con aziende che cercano laureati come Alleanza, Bnl-Bnp, Bosch, Cariparma, Eni, Conbipel Intesa-Sanpaolo, Ernst & Young. E se proprio si vuole cercare un segnale di sfiducia, bisogna trovarlo tra i ragazzi come Paolo e Giovanni che hanno fatto una fila di un'ora per lasciare il proprio cv: «Ma tanto chissà quando ci chiameranno e se riusciremo ad avere un colloquio».

martedì 2 dicembre 2008

"Fare impresa"

L'impresa, sotto il profilo giuridico, è un'attività economica professionalmente organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi: ciò è quanto si desume dalla definizione di "imprenditore" che all'art. 2082 fornisce il vigente Codice civile.
L'impresa è perciò caratterizzata da un determinato oggetto (produzione o scambio di beni o servizi) e da specifiche modalità di svolgimento (organizzazione, economicità e professionalità.)
Sotto il profilo economico, va aggiunto che deve essere condotta con criteri che prevedano una adeguata copertura dei costi con i ricavi, altrimenti si ha consumo e non produzione di ricchezza.
Inoltre l'impresa può essere definita come un sistema sociale tecnico aperto: un sistema è un complesso di interdipendenze di parti rispetto ad un obiettivo comune e quando si tratta di un sistema sociale-tecnico le parti sono costituite da beni e persone (attrezzature, risorse umane, conoscenze e rapporti sociali).
Un sistema aperto, inoltre, scambia con l'esterno conoscenza e produzione. Pertanto, l'impresa è un complesso di interdipendenze tra beni e persone che operano scambiando con l'esterno conoscenza e produzione e perseguendo un comune obiettivo consistente nella produzione di valore.
L'impresa può essere esercitata sia da una persona fisica che da una persona giuridica.
Si parla di impresa individuale quando il soggetto giuridico è una persona fisica che risponde coi propri beni delle eventuali mancanze dell'impresa: in tal caso non c'è un'autonomia patrimoniale dell'impresa e se questa viene dichiarata fallita, anche l'imprenditore fallisce. Sono concettualmente simili all'impresa individuale quella familiare (formata al 51% dal capofamiglia e al 49% dai suoi familiari, con una parentela non superiore al 2° grado) e quella coniugale (formata solo da marito e moglie).
Se l'impresa è esercitata da una persona giuridica assume invece una veste societaria, che può essere di varia natura:
la società di persone è caratterizzata da un'autonomia patrimoniale imperfetta, in cui cioè il patrimonio della società non è perfettamente distinto da quello dei soci, per cui i creditori possono rivalersi (se il patrimonio societario è insufficiente) anche sui beni del socio. Si può avere una società semplice nel caso in cui non sia necessario svolgere una attività commerciale, ma si abbia la necessità di gestire un'attività (agricola o professionale, come ad esempio uno studio associato); una società in nome collettivo in cui tutti i soci sono responsabili (in egual parte e con tutto il loro patrimonio) delle obbligazioni della società; o una società in accomandita semplice in cui i soci accomandatari rispondono come nella s.n.c. e i soci accomandanti rispondono limitatamente al capitale conferito.
le società di capitali sono dei soggetti giuridici che godono di autonomia patrimoniale perfetta (il loro patrimonio è distinto da quello dei soci). Le forme riconosciute sono: società a responsabilità limitata, società per azioni e società in accomandita per azioni.
le società cooperative rappresentano una particolare forma societaria, le cui peculiarità sono connesse allo scopo mutualistico che perseguono.
Fonte by Wikipedia.

domenica 30 novembre 2008

"Precariato"

Con il termine precariato si intende, generalmente, la condizione di quelle persone che vivono, involontariamente, in una situazione lavorativa che rileva, contemporaneamente, due fattori di insicurezza: mancanza di continuità del rapporto di lavoro e mancanza di un reddito adeguato su cui poter contare per pianificare la propria vita presente e futura; con questo termine si intende fare altresì riferimento al cosiddetto lavoro nero e al fenomeno degenerativo dei contratti c.d. flessibili (part-time, contratti a termine, lavoro parasubordinato). Occorre rilevare che sebbene flessibilità e precariato siano due fenomeni solo indirettamente correlati, ma non sovrapponibili e assimilabili, si caratterizzano entrambi per l'espansione delle forme contrattuali atipiche.
All'interno degli schemi contrattuali c.d. flessibili, il precariato emerge quando si rilevano contemporaneamente più fattori discriminanti rispetto alla durata, alla copertura assicurativa, alla sicurezza sociale, ai diritti, all'assenza o meno dei meccanismi di anzianità e di Tfr, al quantum del compenso ed al trattamento previdenziale. Il precariato si connota soprattutto come compressione dei diritti del lavoratore dentro gli schemi del mercato del lavoro e limitazione, quando non violazione, dei diritti d'associazione sindacale. Soprattutto il precariato intacca la qualità della vita in termini di progettualità personale e sociale.
La presenza in Italia di redditi mediamente più bassi, sia in valore assoluto che in termini di potere d'acquisto [1], rispetto per es. agli altri paesi dell'Unione Europea pre-2004 o agli USA, che risulta solitamente ancora più accentuata proprio tra i lavoratori precari, comporta peraltro l'impossibilità di accumulare sufficienti risparmi per affrontare in sicurezza i periodi di disoccupazione e ricerca di nuovo lavoro successivi ad un mancato rinnovo del contratto (condizione invece abituale in quei paesi dove i redditi sono mediamente più alti soprattutto tra i lavoratori flessibili), esponendo quindi il lavoratore al rischio di dover accettare giocoforza lavori ancora più flessibili e meno renumerativi dei precedenti pur di avere un reddito con cui provvedere alla propria sussistenza, creando quindi una forma di retroazione che accentua ulteriormente l'insicurezza e gli altri problemi derivanti dalla precarietà.
Il tema del precariato è di difficile misurazione statistica a causa di vari elementi, primo fra tutti il fatto che nel momento in cui la flessibilità nel mercato del lavoro ha iniziato ad aumentare non erano ancora disponibili specifici strumenti di rilevazione che consentissero di valutare i possibili fenomeni degenerativi di questa realtà. È questa la valutazione da cui occorre partire per capire il motivo delle differenti opinioni e valutazioni sul fenomeno, anche perché non esiste ancora una definizione scientifica o pacifica di precariato che metta d'accordo le varie sensibilità.
In un contesto lavorativo come quello italiano, essere precari significa non poter mettere a frutto il proprio titolo di studio - che ai fini reddituali risulta del tutto ininfluente - significa dequalificare il proprio profilo personale. Significa soprattutto incrementare i profitti delle imprese e comprimere i redditi, senza per altro offrire i benefici della flessibilità.
Fonte by Wikipedia.

"Flessibilità"






La flessibilità è il concetto in base al quale un lavoratore non rimane costantemente ancorato al proprio posto di lavoro a tempo indeterminato, ma muta più volte, nell'arco della propria vita, l'attività occupazionale e/o il datore di lavoro.
In un'ottica evolutiva e di accrescimento, la flessibilità dovrebbe prevedere un costante miglioramento delle conoscenze del lavoratore e di conseguenza del livello occupazionale raggiunto, sia per quanto riguarda il versante economico sia per quanto riguarda quello delle competenze professionali. Il concetto di flessibilità rischia però di degenerare nel concetto di precariato quando rilevano contemporaneamente, ed involontariamente da parte del lavoratore, più fattori di instabilità quali ad esempio la mancanza di continuità nella partecipazione al mercato del lavoro e la mancanza di un reddito adeguato con il quale pianificare la propria vita presente e futura.
La flessibilità in senso più lato si riferisce anche ai lavoratori a tempo pieno, con contratto a tempo indeterminato. La flessibilità è intesa in termini di orario, sede di lavoro e mansione: come disponibilità, rispetto alle esigenze e richieste del datore di lavoro, a lavorare più di 8 ore, il sabato e nei giorni festivi, a cambiare mansione, a trasferte anche di lunga durata, ad un trasferimento della sede di lavoro, pur avendo casa e una vita relazionale affermata in un altro luogo da diversi anni.
L'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, oltre a contenere l'illegittimità del licenziamento senza giusta causa, afferma il diritto del lavoratore ad una stabilità reale. La giurisprudenza ha inteso la stabilità in senso lato come diritto ad avere un orario di lavoro, una mansione, una sede di lavoro il più possibile stabili, necessari per disporre di un tempo libero e organizzare una vita affettiva e famigliare.Le maggiorazioni per lavoro straordinario, festivo o notturno, le indennità di trasferta, le indennità di disponibilità per i casi in cui la persona deve essere reperibile fuori orario di lavoro, possono intendersi come risarcimento pecuniario delle condizioni di lavoro che non rispettano questi criteri di stabilità. Allo stesso modo, possono intendersi le limitazioni previste dalla legge e dai contratti collettivi di lavoro in materi di trasferimenti di sede, ristretti a "comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive".Se il lavoratore ha diritto a una stabilità reale, le varie forme di flessibilità devono essere indennizzate quale titolo "risarcitorio" per il minore esercizio di questo diritto alla stabilità. Muovono nella direzione opposta alcuni provvedimenti: la riforma Berlusconi dell'orario di lavoro del 2003, e l'abolizione delle indennità di trasferta per gli statali con la finanziaria Prodi del 2006.Fonte byWikipedia.